Giuliano Rota Martir

Tutto inizia per me nel lontano febbraio 2005, direi inizia in tutti i sensi. Ricorderò per sempre quel pomeriggio a Johannesburg nel salotto-studio del Signor Daniel George Hyams con quel suo tipico atteggiamento inglese: mi invitò in questo studio-salotto dove sulla parete frontale erano appese le foto di tutti i famigliari in alcuni momenti della loro vita. C’era una foto di Mary con le trecce lunghissime, la bimba dagli occhi grandi, sinceri, impauriti ma determinati e sempre in cerca della verità; una ritraeva Luigi con baffi e pantaloni a zampa di elefante, un mix fra un Beatles e un Rolling Stone. C’erano tutti, proprio tutti. Mi invitò per il tè del pomeriggio e iniziò con tono serio, determinato e diretto a pronunciare frasi che proprio non capivo. Al momento non riuscivo a comprendere il filo del suo discorso e mi chiedevo se fosse arrabbiato con me; ma poi con il tempo capii che era semplicemente il modo di essere di Daniele Hyams, laureato, revisore dei conti, sempre preciso, sempre giusto. 

 

Mi mostrò una copia dell'atto costitutivo di LITTLE EDEN datato anni Sessanta e iniziai a capire che si trattava di una sorta di ONLUS di modello anglosassone, concepita da lui stesso che commercialista lo era di mestiere. Mi furono subito chiari anche alcuni dubbi che proprio lui sembrò voler sciogliere. Mi disse che loro non erano missionari, che la loro era una struttura normata, trasparente, controllata, che i beni di LITTLE EDEN erano degli ospiti di LITTLE EDEN e che la famiglia Hyams era a servizio di tale struttura. Dentro di me continuavo, tuttavia, a domandarmi perché stava dicendo tutto questo a me. Il Sig. Hyams, come se mi avesse letto nel pensiero, mi rispose prontamente che stava dicendo tutto ciò a me perché io ero in grado di capirlo. Ma io, a dir la verità, non avevo capito proprio un bel niente! 

 

Successivamente il Sig. Hyams proseguì il suo discorso dicendomi che si stava rivolgendo proprio a me perché credeva in me e che anche io avrei dovuto farlo. Caspita! Il Sig. Hyams, che mi aveva visto solo due volte prima di quell’incontro, a cui scrivevo da quando avevo tredici anni, e che, quando vidi per la prima volta, mi era sembrato di conoscerlo da sempre, mi aveva appena detto che si fidava di me. Immaginate in quel momento cosa passava per la mia testa: la pellicola del film della mia vita andava avanti e indietro proprio come quei nastri dei film anni ’50. Dentro di me c’era un caos incredibile! L’incontro si concluse con le restanti spiegazioni precise, dettagliate e circostanziate tipiche di un revisore dei conti quale era. 

 

Uscii da quello studio e trovai Domitilla ad attendermi nella stanzetta dove dormivo. Domitilla (detta “Dom”, che non stava per duomo!) mi mostrò un album di fotografie, tra le quali c’era la foto del matrimonio di tutti i parenti dell’Albenza. C’era la foto di nozze di mia mamma e mio papà, con quella poltrona di velluto color giallo bruciato e quel velo un po’ buffo che mia mamma portava in testa e per cui io e mio fratello l’abbiamo sempre presa in giro. Conservava anche le foto di Carlì, suo padre e mio bisnonno, che non avevo mai visto prima di quel momento. Aveva anche una foto del matrimonio della zia Ester di Roma; c’erano dei ritagli del giornale “L’eco di Bergamo” riguardanti gli avvenimenti della sua città natale e della sua famiglia. In quell’istante realizzai quanto piccolo fosse il mondo, se penso che non avevo mai visto una foto del mio bisnonno a Bergamo ed ero dovuto atterrare a Johannesburg per farlo. 

 

Sembra paradossale ma tutto cominciò da un mio racconto sulla famiglia e, di colpo, mi ritrovai il grande compito di realizzare qualcosa, di creare un varco “oltre il mare”, come diceva Daniele Hyams. Tenete presente che in quegli anni il viaggio da Bergamo a Johannesburg durava dai 13 ai 18 giorni. Se solo penso all’apertura mentale di Domitilla e di sua madre Elvira di fronte a quella nuova vita, non posso che nutrire una profonda ammirazione. Provate ad immaginare un inglese, di origine sudafricana, che nel 1943 arriva a “Cà di Precc” (quella che una volta era stata la casa dei preti) in Albenza, un paesino del bergamasco ancora poco sviluppato, e incontra la giovane e bella Domitilla, le dice che sarebbe tornato a casa, avrebbe completato la sua laurea (che a quel tempo era un traguardo ancora sconosciuto a molti) e che poi sarebbe tornato a prenderla, e una volta sposati, l’avrebbe portata con sé in Sudafrica. 

 

Se riflettiamo bene Daniele veniva da Johannesburg, una nuova metropoli, andava al college e stava per conseguire una laurea; mentre a quel tempo, in Albenza, c’era ancora la povertà e Domitilla aveva solo la quarta elementare. Ma Daniele si innamorò di lei e chiese la sua mano alla madre, alla signora Elvira. Per Daniele la sua futura sposa veniva al primo posto, non c’erano lauree o titoli che tenevano, c’era lei, la sua Domitilla. Lui le faceva da “ombrello” (così mi piace vedere il suo amore per lei), da scudo, la proteggeva e la guidava, coglieva la magia in lei e ci aggiungeva il suo sapere. Insieme erano il mix perfetto, quel mix che spero un giorno li renderà santi e altrettanto santo ritengo il messaggio di amore che hanno voluto trasmettere.

 

L’ammirazione per Elvira e Domitilla ha significato tanto nella mia vita. Dopo sette anni di paure, ho deciso di dare vita a quel progetto, di aprire a Bergamo, “oltre il mare”, qualcosa che potesse diffondere il messaggio di amore di Domitilla e Daniele, al fine di condividere un’opera meravigliosa. 

 

 

Giuliano Rota Martir (presidente dell’Associazione Domitilla Rota Hyams ONLUS)